Camminare è innamorarsi | Il cammino secondo Enrico Brizzi

Chi meglio di Enrico Brizzi potrebbe tratteggiare la situazione del cammino in Italia? Grazie all’Anno Nazionale dei Cammini (2016), il camminare in Italia è finito sotto i riflettori dei media generalisti innescando un circuito virtuoso che ha avvicinato un gran numero di persone a questo mondo. Ma per molti (e per certe amministrazioni pubbliche) resta ancora un’idea bizzarra.

Dopo aver esordito nel 1994 con Jack Frusciante è uscito dal gruppo, libro diventato icona di una generazione, Enrico Brizzi ha a poco a poco rivolto la sua penna al mondo del cammino. Il primo titolo sull’argomento è stato Nessuno lo saprà, nel 2005, a cui sono seguiti altri romanzi e racconti di viaggio, e moltissimi articoli sullo stesso argomento.

La sua opinione sul mondo del cammino? Eccola.

Questa intervista è stata pubblicata per la prima volta sul numero 61 della rivista Camminare

Il tuo primo libro sul cammino esce nel 2005, quando avevi già molte pubblicazioni alle spalle: nessuno lo saprà. Cosa è successo dall’esordio nel 1994 ad allora?

«La passione per il cammino in me è antica, ha radici familiari da un lato, dall’altro è cresciuta negli anni che ho trascorso nell’associazione scout per un verso, e poi con le vacanze “attive” in famiglia. A 18/20 anni è diventato un buon modo per regalarci delle avventure a buon mercato, o per altri versi per fare delle scoperte molto fertili. Che hanno a che fare con sé stessi, con i propri limiti, con la conoscenza del territorio e con la possibilità di incontrare altre persone in un contesto che crea le premesse per un dialogo molto sincero, profondo.

Quando arrivi con lo zaino, la borraccia vuota, bisognoso di informazioni, hai un aspetto umile, o da matto a seconda delle situazioni, comunque una volta che le persone capiscono che non sei pericoloso tendono a raccontarti molto di più di quello che ti racconterebbero se tu fossi appena sceso dalla vespa o dalla macchina.

Nel 2004 stavo scrivendo un libro, e per la prima volta in 10 anni dopo Jack Fruciante ho avvertito la vertigine di chiedermi: «Ma mi piace quello che sto facendo? Questo libro in particolare, che sto scrivendo – mi dissi – a me fa cagare. Partii per camminare dal Tirreno all’Adriatico.

Durante il viaggio a piedi mi dissi: «È questa la storia da raccontare. Quella che ho lasciato a casa era finta, e questa che sto vivendo invece è una rivoluzione fertile che merita di essere raccontata in un libro».

Tornato a casa ho iniziato a scrivere quello che è stato Nessuno lo Saprà, il viaggio a piedi tra l’Argentario e il Conero. E basta. E lì comincia l’avventura».

 

Quando arrivi con lo zaino, la borraccia vuota, bisognoso di informazioni, le persone tendono a raccontarti molto di più di quello che ti racconterebbero se scendessi dalla macchina

 

Per chi abita in una valle in montagna è naturale avvicinarsi al cammino, come succede invece che un abitante di Bologna si appassioni a questa attività?

«È una domanda che mi fanno sempre le persone del Piemonte e della Lombardia. Bologna è una città che da una parte ha la pianura ma dall’altra ha le colline che vanno avanti senza continuità fino a Firenze. Sono cresciuto anche io ai piedi delle montagne. Non sono montagne maestose e arrivano al massimo a 2000 metri, ma uscendo di casa non faccio un metro di pianura fino alla Toscana. Siamo appenninici. Insomma dai, è sempre stata abbastanza tipica per me l’idea che per uscire di casa a piedi e in bicicletta e finire a farsi dei buoni dislivelli senza bisogno di avvicinarsi in macchina».

Cosa sono gli Psicoatleti?

«Oggi sono un’associazione sportiva dilettantistica di una sessantina di camminatori. In origine era un gruppo di amici: io, mio fratello e un’altra decina di amici che camminavano insieme. È nata da una traversata tra Tirreno e Adriatico e da viaggi minori che si sono svolti in quella stagione, nel 2004. All’inizio era un termine festoso che si usava tra noi, un po’ perché camminare è un’attività che non coinvolge soltanto i polpacci o i glutei, ma dal mio punto di vista coinvolge soprattutto la mente. E un po’ perché tutti ci davano dei matti. Quando sei ad Abbadia San Salvatore, sull’Amiata, e dici «Stiamo andando a Portonovo, vicino ad Ancona, a piedi» ti danno del pazzo. È diventata un’associazione in piena regola con il suo statuto, le sue tessere.

Organizziamo dei cammini in cui ognuno è chiamato a fare la propria parte. Partiamo tutti alla pari, come un gruppo di amici che va a farsi un giro in bicicletta insieme».

 

Del cammino si parla molto: perché da noi è un fenomeno giovane. Siamo come adolescenti innamorati che sentono il bisogno di scrivere poesie

 

Immaginiamo una persona interessata al cammino ma che non frequenta l’ambiente: come fa per iniziare? Come fa a scegliere i sentieri e a partire in sicurezza?

«Credo che sia importante non fare le proprie prime esperienze da soli. Cercando tra le tue conoscenze, qualcuno disposto a partire con te lo trovi sempre. Secondo: non credere mai che l’escursione cominci muovendo il primo passo. L’escursione comincia prima, con la preparazione logistica. Partire senza compagnia o partire allo sbaraglio sono i classici errori che rovinano le escursioni dei principianti. Insieme all’altra faccenda: le scarpe. Fa ridere perché lo si dice da un secolo, ma molti ancora non si arrendono all’idea che partire con le scarpe nuove non sia una buona pratica».

 

Si parla molto del cammino, della sua bellezza e della sua importanza. Ma sono di più le parole scritte o passi calpestati?

«Sicuramente c’è un profluvio di parole incredibile. È un fenomeno tipico di ciò che è giovane. Molti lo hanno appena scoperto e quindi sono a bocca aperta di fronte a quanto sia bello  stupefacente. E sentono un bisogno di comunicarlo a tutti i costi. Poi magari se vanno a vedere hanno nelle gambe 500 chilometri in tutta la vita, invece di 2000 all’anno. Sono cose a cui si guarda con comprensione e tenerezza come all’adolescente che si innamora per la prima volta ed è convinto di essere la prima persona al mondo che si è innamorata e vuole scrivere poesie. Per un grande poeta ci sono tanti che scrivono versi dimenticabili».

In altre nazioni si cammino molto, a tutte le età, mentre in Italia l’età di chi cammina è piuttosto avanzata. C’è una sorta di ritardo culturale?

«Sicuramente sì. Conferma questa opinione il genere di domande che gli stanziali fanno ai camminatori con lo zaino quando li vedono arrivare nel loro paese. Penso al viaggio che ho fatto nel 2011 dall’Alto Adige alla Sicilia per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Se in Alto Adige – una zona ricchissima di sentieri – nessuno si è mai stupito nel vedere arrivare persone con lo zaino – in altre zone dove non esistono reti escursionistiche, le persone per prima cosa ti chiedono: «Are you english?». Per seconda cosa, quando si rendevano conto che eravamo italiani come loro, fioccavano le domande più pazzesche, tipo: «Fate autostop?», oppure ragazzini candidi mi è capitato che chiedessero: «Avete rotto la macchina? Siete poveri che andate in giro a piedi?».

L’idea che uno lasci a casa la macchina apposta, non perché non ce l’ha o perché l’ha rotta, per molti strati del paese è un’idea esotica. Questo mi fa pensare che si possa parlare di ritardo culturale».

 

Prima di partire è importante farsi una tabella di marcia con delle varianti. Partire senza compagnia o partire allo sbaraglio sono i classici errori che rovinano le escursioni dei principianti

 

Sono poche le case editrici nazionali che pubblicano guide, e le riviste dedicate solo al cammino. È una causa o una conseguenza della scarsa pratica di questa attività?

«Non si può che interpretarlo come una conseguenza. Ricordo nel 2006, quando ho fatto per la prima volta il tragitto integrale della Francigena da Canterbury a Roma, proposi il reportage a l’Espresso e fu come se avessi chiesto loro di parlare di gente che se ne andava in giro nuda con un casco di banane in testa. Poi lo pubblicarono in 5 puntate, ma inizialmente la reazione fu di uno che va a proporre una bizzarria».

 

Negli ultimi anni qualcosa sta cambiando

«In Italia i camminatori sono pochi rispetto al pubblico di Quattro Ruote, però è una categoria istruita, di lettori. È per questo che negli ultimi anni in Italia alcune case editrici osano proporre titoli che trattano viaggi a piedi. Quest’anno, che è l’Anno Nazionale dei Cammini, giornali ed editori si sono dati una svegliata. Ci sono molte proposte e progetti in corso. In assoluto è un buon segno. In realtà giornali ed editori dovrebbero precedere i trend più che inseguirli. Il fatto che si attenda la mossa ufficiale istituzionale non ci dice niente di buono sull’indipendenza della stampa e dell’editoria. Da parte del Governo è stato comunque positivo e l’importante è ci sia accorti dell’importanza di questo fenomeno».

 

Dal punto di vista pratico, quanto può dare al cammino alla promozione territoriale?

«Pensiamo al cammino dal successo più clamoroso di sempre: il Cammino di Santiago. Ha letteralmente risollevato o sollevato per la prima volta l’economia di luoghi poverissimi. Non parlo di Pamplona città o di Leon, ma della miriade di paesi persi lungo il percorso. Qui il cammino ha portato persone a dormire, mangiare, fare acquisti lungo in luoghi che prima erano ampiamente sconosciuti.

Purtroppo però gli enti pubblici, singolarmente, preferiscono sempre mettere soldi nella festa della birra o della salsiccia piuttosto che investire in marketing in reti di sentieri che paradossalmente ha già. Sono già esistenti, basterebbe piantare dei cartelli e tracciare alcuni segnavia, e stampare del materiale cartografico.

Un paese piccolo che entra a far parte di un sentiero a lunga percorrenza, se non quest’anno l’anno prossimo, o quello dopo, festeggerà l’arrivo di un sacco di gente.

E questo si può già vedere un po’ lungo i comuni della via Francigena. In 10 anni è cambiato tutto nei piccoli centri. A Siena, a Lucca, naturalmente non cambia nulla. Ma in tutta la miriade di paesini lungo la via cambia tanto».

 

Quali sono, per te, le quattro zone più belle d’Italia per gli escursionisti?

«Facciamo quattro zone geografiche completamente diverse, per par condicio.

Mi piace molto camminare nel Parco del Gran Paradiso, la traversata dalla Valsavarenche alla Valle dell’Orco è molto bella.

Nel Nord-Est sono molto legato ad Asiago. La Calà del Sasso va fatta almeno una volta secondo me, la gradinata nota come la scala più lunga del mondo, con 4444 gradini. Di una scala ha poco, è semplicemente un cammino con dei gradini. Salire dalla valle del Brenta all’Altopiano di Asiago e proseguire per Arsiero, il monte Pasubio fino a scendere su Rovereto. Un cammino di 4 o 5 giorni molto gratificante.

Per il Centro Italia il grande anello dei Monti Sibillini.

Il Sud è un posto ricchissimo di luoghi belli ma dove il cammino è per pionieri. Un tragitto abbastanza intuitivo e gratificante, perché sono 100 chilometri, è quello tra Isernia e Benevento. Per una parte sul Tratturo Regio, quindi lungo l’asse di spostamento delle mandrie e delle greggi nel vecchio Regno delle Due Sicilie».

Questa intervista è stata pubblicata per la prima volta sul numero 61 della rivista Camminare