A Consonno è sempre festa

A Consonno il cielo non è sempre azzurro, a volte capita che piova. Quando succede gli edifici e le pareti delle stanze si specchiano nelle immense pozzanghere che invadono ogni angolo, e le tonalità di grigio rendono il luogo esageratamente malinconico. L’orologio della chiesa, uno dei tre edifici sopravvissuti alle ruspe del conte Bagno, è fermo alle 5, ma al suo interno si sta officiando la messa, il parcheggio è molto affollato.

Non ci sono abitanti. Le case sono deserte, i ristoranti, i negozi, gli alberghi. Su tutto cresce l’erba e la vegetazione strappa i mattoni uno a uno, e continuerà a farlo fin quando anche l’imponente minareto sarà crollato. Il respiro di un paese si avverte solo nella piccola chiesa e nel bar, aperto nelle domeniche estive.

Non che sia del tutto deserto: soprattutto in estate molti visitatori raggiungono il paese fantasma di Consonno per aggirarsi tra le sue rovine e fotografarle, per passeggiare con la famiglia, per una grigliata, per ricordare il paese di origine dei propri nonni, per godersi il panorama sulla valle stesi su una coperta, per una prova di coraggio con gli amici. Ma quando se ne va anche l’ultima famigliola, di domenica, Consonno torna in mano a se stessa, forse a qualche graffitaro.

Era stata ribattezzata la Las Vegas della Brianza: una città dei divertimenti in mezzo al verde, a rimpiazzare un borgo agricolo di 200 anime.

Mentre ci si avvicina in auto da Olginate si è colpiti dal rigoglio della natura. La strada scalcinata risale la collina e si affaccia su valli verdissime. Ma a renderla diversa da qualsiasi altra strada sono gli striscioni di lamiera che accoglievano i visitatori di un tempo: “A Consonno il cielo è sempre azzurro”, “Chi vive a Consonno campa cent’anni”. La ruggine ha coperto ogni parola, qualche lettera è caduta, ma la lamiera è ancora lì dove era stata fissata negli anni ’60.

La vera porta di ingresso al paese, a pochi chilometri dal parcheggio, è il fu Grand Hotel Plaza. Il corpo centrale affacciato sulla valle e sui laghi di Olginate e di Garlate, mentre un arco sovrasta la passerella delle auto verso il tempio del divertimento. Al suo interno solo calcinacci, solette crollate e muri sfondati. E un piccolo assaggio degli onnipresenti graffiti. Si capisce il perché di questa costruzione: dalle sue terrazze si gode un panorama eccezionale sulla valle, sul verde e sui laghi. Sul suo tetto panoramico crescono alcune betulle ormai mature. Come la prima tappa di una via crucis sacrilega, accompagna il fedele al Laico Monte di Consonno, dove la natura e la storia sono state vinte dal mito della baldoria, ma a poco a poco stanno riprendendo terreno.

Pic-nic e grigliate si svolgono nei pressi del parcheggio, o nel piccolo parco che introduce al paese, ma ognuno è libero di entrare negli edifici di questo museo a cielo aperto. Nessun cartello sconsiglia di entrare, le poche recinzioni sono state facilmente divelte.

Dopo gli anni ruggenti della Consonno del piacere, una frana interruppe l’accesso al paese. Dopo cinque anni tutto era pronto a ripartire, ma il fascino della novità era passato

Il visionario imprenditore che aveva speso milioni scoprì che i turisti non erano poi così interessati alla sua Las Vegas. Era l’inizio degli anni ’80. A poco a poco le strutture chiusero, i pochi abitanti se ne andarono, e a Consonno non rimase nulla se non i mattoni, le insegne e le piastrelle colorate che anno dopo anno cadono un pezzo alla volta.

Una città nata solo per il divertimento non poteva che continuare a esserlo. Quando le insegne luminose si sono spente, si sono accese le casse di un rave, e per qualche tempo Consonno è stato davvero un Paese dei Balocchi. Si dice che gli effetti siano stati devastanti: muri sfondati, il poco mobilio sfasciato, e graffiti ovunque. Che sia così, o che sia accaduto nel corso degli anni, quello che vediamo oggi è grottesco. Non c’è muro che non porti una scritta o un disegno, non c’è soffitto da cui non cadano pezzi di muratura, non c’è stanza senza un mucchietto di feci in un angolo.

Quando si alzano gli occhi, attraverso alberi, da qualsiasi punto del paese, troneggia sempre il minareto. Tutti l’ammirano ancora, ma il suo fascino è più macabro che impressionante

Quando si alzano gli occhi, attraverso alberi, da qualsiasi punto del paese, troneggia sempre il minareto, l’alta torre ispirata all’architettura musulmana, proprio nell’edificio che ospitava il centro commerciale e gli appartamenti. Tutti l’ammirano ancora, ma il suo fascino è più macabro che impressionante. È accessibile fin sulla vetta, su scale arrugginite che cigolano e perdono qualche pezzo, sospese nel vuoto sugli alberi.

Nel silenzio della collina le macerie crepitano ad ogni passo, e qualche voce risuona nelle stanze vuote. Una lunga fila di negozi affacciati su una piazza, le serrande piegate, tutti i vetri sfondati. Si entra e si esce da uno all’altro, come nelle sale di un museo. In faccia alle vetrine un laghetto allietava i clienti con la sua fontana alta 15 metri. Oggi la vegetazione cresce fin sulla cima della torre. La vegetazione è onnipresente: i ciuffi d’erba spuntano tra le piastrelle, alberi e piante incalzano gli edifici e ne impediscono l’entrata. In questa giungla metropolitana non si ferma mai il cinguettio dei passeri, non c’è differenza tra una città in putrescenza e un bosco di faggi.