In equilibrio sul mare

Quest’estate mi è capitato di accompagnare alcuni amici alla scoperta delle Cinque Terre. Ci ero stato molte volte, soprattutto in primavera e autunno, e ci ero sempre arrivato da terra. Ma quando dobbiamo far innamorare qualcuno di una località di mare dobbiamo essere sicuri che ne veda il suo lato migliore: il mare.

Il battello che in estate fa la spola tra Levanto e La Spezia regala panorami stupendi su Monterosso, Vernazza, Corniglia, Manarola e Riomaggiore, sulla costa rocciosa, sulla vegetazione che cresce a picco sul mare. Le onde facevano dondolare la terraferma, gli scogli di Portovenere si allontanavano a poco a poco oltre la scia lasciata dal traghetto, tutti noi guardavamo scomparire la Palmaria e la chiesa arroccata di San Pietro.

Poi ho girato lo sguardo, per cambiare prospettiva, e sul pendio che si gettava in acqua in picchiata ho notato una stradina che rigava la vegetazione a zig-zag, e lungo la stradina case sparse, e tra le case le linee regolari di terrazzamenti in muratura. Mi sono chiesto come avessero fatto a costruire lungo un declivio così scosceso. Tutte le costruzioni sembravano in equilibrio sul mare, come se fossero ancora al loro posto solo per puro caso.

Così due mesi dopo sono tornato nelle Cinque Terre per conoscere Tramonti di Campiglia, la Settima Terra.

Campiglia viene considerata la settima terra perchè dopo Punta Mesco, superate le famose Cinque Terre, si incontrano Biassa e poi Campiglia prima di arrivare a Portovenere, rispettivamente sesta e settima terra.

Tutta la Liguria è questione di equilibrio. Qui gli uomini hanno trovato il loro spazio dove prima non c’era, scavato e costruito tra i monti e il mare. Per raggiungere Campiglia si attraversa La Spezia, si percorrono i suoi lunghi corsi, e poi ci si inoltra su una stradina molto stretta, non diversa da quelle che s’incuneano tra le pieghe degli Appennini. La strada serpeggia in un bosco, in autunno è lucida per l’umidità che schiaccia a terra le foglie colorate. E lei non sembra diversa dal resto dell’Italia; quella piccola, quasi inesistente a chi non ci abita o a chi non ha un legaccio che costringe il suo cuore a ritornare.

Campiglia si divide tra La Spezia e il mare. Da una parte si affaccia sul golfo spezzino e sull’entroterra ligure, dall’altra si spalma sulla costa che precipita in acqua. Quest’ultima è Tramonti di Campiglia. In effetti sì, di qui il sole che di sera scompare oltre l’orizzonte liquido crea una tavolozza di colori impagabile, ma non è questo il motivo del suo nome. Molto più prosaicamente si trova “al di là dei monti”, oltre l’altura, dove un tempo si coltivava la vite sugli stretti terrazzi di pietra. Oggi la vite e l’ulivo non sono spariti, ma i terrazzamenti sono per la maggior parte incolti e pieni di rovi, molti stanno crollando temporale dopo temporale.

La via che da Campiglia porta al mare, alla spiaggia del Persico, è una sfida alla natura. Se un alpinista moderno avesse scoperto questo angolo di mondo 500 anni fa probabilmente avrebbe cercato un’altra via. Il contadino di allora invece ha modellato la terra per non lasciarla scivolare, e ha costruito una strada che lo portasse alle migliaia di minuscoli appezzamenti che così si sono creati. Io non li ho contati, ma tutti sono d’accordo nel dire che i gradini sono duemila. 2000. Di pietra, una grossa pietra squadrata che resiste ancora oggi.

In alcuni tratti la gradinata è larga fino a un metro e mezzo, e le pietre che formano il bordo del gradino sono lunghe anche un metro buono in un unico blocco. La cava non è lontana, ci si arriva a piedi in 15 minuti. E di pietra sono anche gli stipiti e gli architravi di molte porte, le cornici di molte finestre. Blocchi unici che danno alle facciate delle case un’aria ordinata e signorile.

Un gradino dopo l’altro la strada penetra fra i gradoni coltivati, si dirama a destra e sinistra perdendosi fra la vegetazione, conduce a piccoli e piccolissimi insediamenti stringendosi fra i muri di pietra e cortili, sfiora case isolate e poi riparte, sale, scende, taglia. Per un dislivello di quattrocento metri, da Campiglia alla spiaggia del Persico, la lunga gradinata è un grandioso monumento che fa incontrare la laboriosità e il genio con una natura difficile da addomesticare.

Scendere alla spiaggia del Persico è stata una bellissima camminata. Facile e veloce in discesa per chi ha ginocchia buone, infernale in salita, anche in inverno. Il pendio è baciato dal sole dal mattino alla sera. Se La Spezia si prepara a passare l’inverno, a Tramonti di Campiglia si raccolgono ancora i fichi d’india, i fiori viola hanno ancora un colore sgargiante e in alcune vigne le foglie sono ancora verdi. Il 18 novembre ho camminato in maniche corte sia all’andata che al ritorno.

Una volta arrivati in fondo avete l’impressione di essere al limite del mondo. Dietro di voi non c’è una terra ospitale in cui rifugiarvi, ma solo un muro battuto dal vento e dall’acqua dove i sassi sono diventati rotondi a furia di sopportare. Però siete soli al mondo, potete chiudere gli occhi e lasciare che siano le onde a parlare.