L’Appennino assopito e i suoi borghi abbandonati

Per uno nato e cresciuto intorno alle Alpi, l’Appennino è un posto ancora più affascinante di quanto non sia per altri. Per dirne una: in certe sua valli lunghissime quando apri gli occhi di colpo non sapresti dire in che direzione scorre l’acqua, perché la pendenza non è così accentuata, e non c’è una corona di cime innevate a darti la direzione. Ecco perché qualcuno mi ha detto: “l’Appennino è traditore”. Credi di poterti fidare delle altitudini più contenute, ma sottovalutare i dislivelli sarebbe un grave errore.

Attraversare l’Appennino in auto è un eterno farsi strada fra curve e stradine e saliscendi continui. Come in molte valli alpine, anche qui non si a fatica a immaginare perché la popolazione sia scivolata verso valle, verso i grandi centri abitati, verso le strade statali.

Sulle strade che rigano le valli si attraversano paesini quieti, mentre sulle sponde dei monti, tutto attorno, centinaia di borghi deserti ascoltano l’erba crescere e guardano le pozzanghere riempirsi e poi seccare al sole, e vanti così. Sono le borgate di cui un tempo erano costellate le montagne, le prime a subire i danni dello spopolamento. Sulle Alpi il fenomeno è ben studiato, mentre in Appennino è più difficile trovare pubblicazioni che ne parlino.

 

Quando la popolazione ha iniziato ad abbandonare le proprie case per spostarsi a valle, quando il modello economico dominante ha tagliato fuori le terre alte, gli amministratori della cosa pubblica avevano la scusante di dover affrontare uno scenario del tutto nuovo. Dopo decenni, in qualche caso 150 anni, l’unica scusa rimasta è l’incompetenza. Se fosse menefreghismo sarebbe una colpa gravissima.

 

L’abbandono

Ogni anno in primavera qualche pietra cade, dopo un paio di pietre cade un muro, dopo un muro una trave, dopo una trave un pavimento. In ogni casa il cielo entra dal soffitto. Gli alberi e l’erba crescono dentro le case. Molti edifici sono stati rosicchiati dalle fiamme. Quello che si poteva portare via, non c’è più: porte, finestre, ferraglia.

I borghi più isolati, tutti molto diversi fra loro, sono nati e morti in momenti diversi, e per ragione non del tutto uguali, ma sono tutti accomunati dall’abbandono. Sono paesi svuotati dei loro abitanti e della ragione stessa che dà un senso a quelle pietre: ospitare la vita, dare riparo alle attività dell’uomo. Oggi che quella ragione è venuta meno, un’altra, per adesso meno forte, potrebbe sostituirla. Le rovine hanno il loro fascino, certo, ma non mi riferisco a un fatto “estetico”.

Quelle pietre oggi ci ricordano, potremmo dire testimoniano, un mondo in cui la posizione dei centri abitati seguiva esigenze talmente lontane dalle logiche contemporanee, che non potremmo comprenderle senza studiarle. Si può dire che fosse tutto un po’ meno uniformato? Per salire a Castiglioncello bisogna scendere al fiume e poi percorrere un tratto decisamente in salita. Per Brento si percorre il fianco della montagna, boschi. Si trova molto in alto rispetto al fondo della valle, dove scorre il Santerno.

Ecco, quello che ci ricordano questi paesi è che c’è stato un tempo in cui il decidere dove abitare seguiva logiche molto diverse da quelle di oggi. Non che fossero meno “economiche”, non che avessero a che fare con l’estetica o con il piacere. Ma di certo rendevano queste valli molto più abitate, gli insediamenti molto più diffusi nello spazio. Queste valli sono costellate di piccoli e piccolissimi borghi, a volte si trovano a ore di distanza l’uno dall’altro. Piccoli mondi che un tempo comunicavano. Con i loro ritmi, ma certo più di adesso.

Le strade che vi conducono, erano completamente lastricate in pietra. Di anni in cui la pietra si muoveva sul dorso di un mulo. I fianchi dei monti sono scavati di terrazzi che un po’ alla volta si stanno addolcendo, e infine scompariranno e torneranno a essere dei declivi in pendenza, com’è già successo altrove.

Noi viviamo lungo le strade provinciali, andiamo in vacanza lungo l’autostrada. L’economia cresce dove arrivano i tir e dove s’imbarcano i container, dove arriva la connessione a internet. Ma in molti di questi centri non è mai arrivata l’energia elettrica, e per le poche persone che ancora ci vivevano non sono state asfaltate le strade.

Da qualche parte ho letto che l’industrializzazione ha trascinato le nostre montagne dal sottosviluppo alla povertà, e sono convinto che sia proprio così. Non è un giudizio di valore, perché probabilmente neanche tra 300 anni saremo in grado di dare un giudizio al cambiamento avvenuto. Ci sono pro e contro. Sarebbe un peccato se questi borghi diventassero un museo; sarebbero la cenere di un fuoco che purtroppo non scalda più nessuno.

 

Qualche info

Castiglioncello

Raggiungere Castiglioncello è davvero molto semplice, anche senza strumenti. Potete lasciare l’auto a Moraduccio, frazione di Firenzuola. I luoghi per parcheggiare sono pochi, in bassa stagione si trova posto davanti al ristorante La Cascata (anche se il proprietario non è entusiasta dei vagabondi interessati solo alle rovine). A piedi seguite la strada provinciale (610 Selice o Montanara Imolese) verso monte, in salita; a 300 metri da ristorante incontrate una stradina che scende verso il fiume.

Seguite la stradina, attraversate il ponte (godetevi per un po’ la splendida cascata) e proseguite sullo sterrato senza deviazioni. Castiglioncelo si trova al termine della salita. Dalla primavera, quando la vegetazione è abbondante, l’abitato è coperto dagli alberi, per cui potrebbe capitarvi di oltrepassarlo senza notarlo; se vi voltate però vedrete il campanile. Per raggiungerlo dovrete deviare sul sentiero che si inoltra nella boscaglia, quasi completamente invaso dall’erba e dagli alberi.

Se volete andare sul sicuro, Andare a Zonzo organizza visite guidate alla ghost town di Castiglioncello

 

Brento Sanico

Ho lasciato l’auto a San Pellegrino, altra frazione di Firenzuola. Da qui Brento si raggiunge con una camminata di 40 minuti, la cui partenza si trova dietro la chiesa dei santi Domenico e Giustino.

Per chi arriva da Bologna/Moraduccio la chiesa è il primo edificio dell’abitato. Nei pressi della chiesa non ci sono parcheggi; qualche centinaio di metri più avanti c’è uno spiazzo dove spesso si parcheggia, anche se non so se sia consentito. Altrimenti dopo qualche altro centinaio di metri si trova il centro abitato vero e proprio.

Dalla canonica della chiesa si sale, l’unica deviazione si trova nei pressi di una croce di legno: prendere a sinistra.

Molto importante: a Brento ho incontrato un uomo che sostiene di essere il proprietario della borgata. È stato molto gentile e comprensivo. Non conosco le leggi sui diritti di passaggio su strade e sentieri, in ogni caso prima di partire potete contattarlo per saperne di più (o anche solo per fare quattro chiacchiere sul paesino). Vi darò il numero di telefono in privato.

 

Toiano

Toiano non è del tutto disabitata: negli ultimi anni sembra che vi si sia insediato qualcuno, e che ci siano delle case usate durante le vacanze. Ci si arriva in macchina su una strada in parte sterrata e molto dissestata. Poco prima dell’abitato c’è un po’ di spazio per parcheggiare. Lasciata l’auto proseguite in salita e preparatevi a uno dei panorami più belli mai visti!

 

Come e quando

In primavera, estate e autunno. Io ho scoperto dell’esistenza di questi borghi grazie a una guida escursionistica che accompagna gruppi e singoli durante l’anno. Se volete essere accompagnati e godervi tutta la storia e i segreti di questi luoghi abbandonati, potete farvi accompagnare da Andare a Zonzo.