Non è una gita turistica, è casa nostra

E la guida non è una vera e propria guida: è un grande esperto, senza dubbio, ma non ha la voce impostata, il microfono e l’ombrello giallo da seguire. Quando ha finito di parlare si rimette in marcia, e con lui tutto il gruppo, 50 persone, ma poi riprende il filo del discorso e si ferma dopo due passi, e allora nel gruppo c’è un po’ di scompiglio; l’ultimo del gruppo non ha neanche il tempo di chiedere scusa al tizio che ha urtato, che già riparte. Due passi, e poi si riferma. È un cittadino, un abitante, che racconta il suo paese con la passione di chi lo abita e lo ammira.

Questa è la differenza tra una gita turistica e una Jane’s Walk. Riscoprire i luoghi in cui viviamo, che attraversiamo tutti i giorni di corsa, senza farci caso.

La differenza fra un turista e un cittadino, in genere, è che il turista cammina con il naso all’insù, mentre il cittadino passa accanto a palazzi storici, cattedrali, attraversa piazze bellissime, percorre viuzze medievali, con la stessa impazienza con cui si esce dalla stazione della metropolitana.

Nella vita di tutti i giorni l’ambiente che ci circonda, naturale o urbano, è poco di più della quinta scenografica davanti alla quale si svolge la nostra commedia: fa da sfondo, ma non ha un ruolo attivo, viene inghiottito dai nostri impegni e dai nostri obiettivi. Così non fa davvero parte di noi.

Dedicargli un po’ di tempo significa conoscerlo, vederlo davvero, non solo vederlo passare; significa imparare a riconoscerlo e a riconoscere i suoi spazi, riempire inconsciamente la nostra geografia. È un po’ come diventare amici, entrare in confidenza. D’altra parte è casa nostra: possiamo abitarla invece di limitarci a oltrepassarla.

Quando ero bambino ero in grado di elencare a memoria, e senza pensarci, tutti i paesi sulla strada tra casa mia e un posto in montagna, a 80 chilometri, dove trascorrevamo qualche fine settimana. Anni dopo quando la mia maestra di allora me l’ha ricordato mi sono vergognato: nonostante continuassi a fare quella strada almeno una volta al mese, non ero più in grado di elencare i paesi che attraversavo. L’abitudine aveva coperto una parte della bellezza che mi circondava, e l’aveva trasformata in una scenografia muta.

Domenica, nella Jane’s Walk organizzata dall’inQubatore Qulturale a Venaria Reale, tra una spiegazione e l’altra della nostra “guida”, si chiacchierava dei ricordi del paese. Le persone si accorgevano di condividere ben più della residenza sulla carta d’identità. Le gallerie che, qualcuno un tempo diceva, avrebbero collegato le cantine delle case, e la reggia con Torino. Il tal negozietto dove adesso c’è una gelateria. La tal stradina dove ci si andava a nascondere per stare soli. Ci si rendeva conto che la città è ben di più di una scenografia, ma è un elemento che agisce sulla nostra quotidianità, che crea i nostri ricordi e la nostra storia, e il nostro concetto di spazio.

E poi fare il turista a casa propria ridà la meritata dignità ai luoghi che già conosciamo di vista, e spesso anche meglio di così. A Venaria c’è un esempio straordinario: la splendida reggia 30 anni fa rischiava di essere rasa al suolo per farci costruzioni di edilizia popolare. Era un rudere in cui sui tetti crescevano gli alberi! Oggi è uno splendido palazzo regale che attira centinaia di migliaia di visitatori, e grazie al quale a poco a poco vengono valorizzati anche gli edifici circostanti.